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A gara di parole

Vi siete mai accorti delle qualità musicali del linguaggio? Ritmo, melodia, accentazione. Utilizzando le parole quotidianamente siamo abituati a dare per scontato un fenomeno complesso e affascinante come la comunicazione verbale. Ci dimentichiamo quanto in realtà le vocalizzazioni siano un “canto” (proprio come il canto degli uccelli), e di come nel flusso di questa emissione sonora il senso venga “ritagliato” attraverso il riconoscimento di parole e frasi.

Ma tutte le lingue cantano nello stesso modo? No. Cambiano le tonalità di base, e anche la velocità di emissione. Sulla relazione tra questo ultimo aspetto e la quantità di informazione scambiata da ogni singola lingua nazionale è basato lo studio “A cross-linguistic perspective on speech information rate” di François Pellegrino, Christophe Coupé, e Egidio Marsico (Università di Lione). Più o meno, la domanda alla base dello studio è: “Chi spara parole a raffica dice più cose?” Le lingue prese in esame sono sette (Mandarino Cinese, Inglese, Francese, Tedesco, Giapponese, Italiano e Spagnolo), mentre un’ottava (il Vietnamita) è servita come base di riferimento.

Per prima cosa, è interessante (e divertente) notare le differenze di velocità. E ancora di più andare a controllare come ce la passiamo noi italiani. Ecco la classifica che si avrebbe, se fare una chiacchierata tra amici fosse una gara a chi arriva primo:

1° giapponesi
2° spagnoli
3° francesi
4° italiani
5° inglesi
6° tedeschi
7° vietnamiti
8° cinesi (mandarino)

Tagliano il traguardo, con la parlata più rapida, i giapponesi, e arrivano ultimi i cinesi che parlano mandarino. Da notare: l’italiano è la più lenta tra le lingue romanze (sappiamo tutti che gli spagnoli parlano “a mitraglietta”), ma è comunque più veloce delle lingue a ceppo germanico.

Quindi ci dobbiamo accontentare del quarto posto? Sorpresa: in realtà la velocità non conta. Infatti la quantità di informazioni scambiate tende a rimanere costante, indipendentemente dalla lingua parlata. Le lingue che “vanno di fretta” inanellano più sillabe una dopo l’altra, ma di queste non tutte portano lo stesso grado di senso, mentre le lingue che se la prendono comoda aumentano il proprio livello informativo fino a pareggiare il conto.

Perciò, se le conclusioni di questo studio sono corrette, si può affermare che almeno questo aspetto della comunicazione verbale (la quantità di informazione trasmissibile e quindi recepibile) è uguale in tutti gli esseri umani e quindi legato alla fisiologia e non alla cultura. In questo senso ci avvicina all’idea di una base profonda e “istintuale” della verbalizzazione, in linea con le teorie del linguista Noam Chomsky.

E poi… in fondo, qualsiasi sia la nostra lingua, l’importante non è quanto si parla, ma avere qualcosa da dire!

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